Amori di guerra in Bielorussia: il prigioniero italiano e Ada Narkevich

di Stefania Elena Carnemolla*

Dopo l’8 Settembre 1943, data ufficiale, molti militari italiani caddero in mano tedesca. Chi si rifiutò di continuare a combattere accanto all’alleato di un tempo, fu deportato nei lager del Führer in Germania, Polonia, Bielorussia. In Bielorussia, dove esistevano più di centocinquanta campi per soli prigionieri di guerra, gli italiani arrivarono anche prima dell’8 Settembre 1943. Gli archivi ex sovietici si aprono e i nuovi documenti ci raccontano oggi un’altra storia.

Delle collezioni dell’Archivio di Stato di Film, Fotografie e Fonodocumenti di Bielorussia, dove si conservano immagini di monumenti di prigionieri di guerra sovietici e italiani caduti in mano tedesca, fa, ad esempio, parte Soldati d’Italia del regista bielorusso Anatoliy Alai, che abbiamo intervistato grazie alla National Film Studio Belarusfilm. La pellicola, sotto forma di documentario e che s’è avvalsa di ricerche fra gli archivi bielorussi, è un tentativo di rivelare pagine poco note di storia militare con il racconto del destino dei militari italiani rifiutatisi di collaborare con gli “invasori tedeschi” in spedizioni punitive contro civili bielorussi. Della durata di 26 minuti, in 3 parti, numero d’archivio 3523, il documentario, del 2002, è stato co-prodotto dal National Filmstudio Belarusfilm di Minsk e dal Federal Fund of Supporting Native Cinematography di Mosca.

Anatoliy Alai, originario di Novo-Byhov, laureatosi in giornalismo all’Università di Stato di Bielorussia, arriva alla National Film Studio Belarusfilm nel 1961. Tante le sue attività: tecnico delle luci, cameraman, sceneggiatore, regista, direttore della fotografia. È stato insignito del premio speciale del Presidente della Repubblica di Bielorussia per i suoi documentari sulla Grande Guerra Patriottica, nonché dei premi letterari Ales Adamovich e Pomán Karmen. Liquidatore dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, è figlio di un medico militare morto nel giugno del 1941 vicino Belostok, in Polonia. Per tutta la vita ha cercato notizie del padre, cercando di sapere qualcosa su di lui.

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L’idea di un film sui prigionieri di guerra italiani gli è, invece, venuta dopo aver letto su Evening Minsk un articolo della giornalista Alla Stulova sulle lettere d’amore fra Angelo Cavazzo, un prigioniero di guerra italiano caduto in mano tedesca, e Ada Narkevich, una giovane donna bielorussa: “Quando ho letto l’articolo, ho pensato che fosse una buona idea per farci un film. Ada Narkevich aveva cercato il suo primo amore per tutta la vita, ma non era mai riuscita a trovarlo, così ho deciso di aiutarla. Ho iniziato allora a fare delle ricerche sull’argomento. La ricerca è stata laboriosa perché ho dovuto studiare attentamente i documenti d’archivio di organizzazioni tutte diverse fra loro, gli archivi militari, gli archivi del KGB, gli archivi dello MVD, l’Archivio di Stato della Repubblica di Bielorussia. La ricerca ci ha, quindi, portati in Italia, nella piccola città di Pescantina, non lontano da Verona. Ho scoperto che Angelo Cavazzo era tornato in Italia dopo la guerra, che s’era sposato e che aveva avuto un figlio, anche lui Angelo. Purtroppo Angelo Cavazzo era morto per le ferite riportate durante la guerra, ma abbiamo voluto portare fino in fondo la vicenda. Così, io, Ada Narkevich e una troupe siamo partiti per l’Italia. Un grande aiuto ci è stato dato dall’ambasciatrice bielorussa in Italia, Nadezhda Drozd, che ha fatto molto per noi. Anche i militari italiani ci hanno dato una mano, rintracciando documenti d’archivio su Angelo Cavazzo e sul suo destino dopo la guerra. Quando siamo arrivati in Italia, Ada Narkevich era molto eccitata e nervosa perché desiderava conoscere la famiglia del signor Cavazzo e non sapeva come sarebbe stato il loro incontro. Quando siamo arrivati in casa del signor Cavazzo, sua moglie e suo figlio ci hanno accolti calorosamente. Ada Narkevich ha riconosciuto in Angelo suo padre. Quel volto le era molto familiare. Abbiamo parlato di Angelo Cavazzo e siamo andati a trovarlo nel cimitero dove oggi riposa. La signora Cavazzo ci ha detto che sapeva della sua storia d’amore con una giovane donna bielorussa e che aveva incontrato Ada Narkevich in una fabbrica di scarpe, dove lavoravano prigionieri di guerra italiani. Quando siamo tornati in Bielorussia, Ada Narkevich ci ha ringraziato per averla aiutata a ritrovare il suo primo amore”.


* Stefania Elena Carnemolla, giornalista, si occupa da tempo dei prigionieri di guerra italiani in Bielorussia, pubblicando la sua prima inchiesta nel 2012 sulla rivista Contemporanea della casa editrice Il Mulino. Dal titolo Crimini nazisti e prigionieri italiani in Bielorussia. Una relazione del Kgb l’inchiesta è diventata un film-documentario, cui ha preso parte come consulente principale, realizzato dalla ONT, canale televisivo bielorusso, e andato in onda il 6 Ottobre 2014. Nel 2015, invitata dall’Ambasciata d’Italia, ha raggiunto la Bielorussia, in missione.