Coronavirus: il Partito Comunista Cinese sotto accusa. Ipotesi per un risarcimento internazionale

di Stefania Elena Carnemolla

 

 

Obbligare la Cina con strumenti legali a pagare i danni causati dal SARS-CoV-2, il coronavirus che ha sconvolto il mondo, piegandone le economie e danneggiando la popolazione: è la tesi del rapporto Coronavirus compensation? Assessing China’s potential culpability and venues of legal response della Henry Jackson Society, think tank neoconservatore con sede a Londra. Autori del rapporto sono Matthew Henderson, Alan Mendoza, Andrew Foxall, James Rogers e Sam Armstrong. Il documento è una rarità in un contesto internazionale quasi interamente piegatosi al soft power di Pechino, esercitato dal Partito Comunista Cinese con gli strumenti classici della propaganda per far dimenticare in fretta responsabilità, silenzi e omissioni. “Il Partito Comunista Cinese” così Matthew Anderson “non ha imparato nulla dal suo fallimento rispetto alla SARS del 2002-3. I suoi ripetuti errori, bugie e disinformazione dall’inizio dell’epidemia di COVID-19 hanno già avuto conseguenze molto più letali. Questo rapporto non dà alcuna colpa al popolo cinese per quello che è successo. Sono vittime innocenti, come noi. È colpa del PCC. Come ciò si tradurrà nella pratica, lo dirà il tempo. Calcolando il costo del danno causato alle economie avanzate e riunendo una serie di possibili processi legali cui può fare ricorso l’ordine basato sul diritto, offriamo uno spunto su come il mondo libero potrebbe cercare un risarcimento per il terribile danno commesso dal PCC”.

 

Secondo il rapporto le cause globali contro la Cina per la sua gestione del COVID-9 potrebbero portare per violazione delle International Health Regulations, il Regolamento Sanitario Internazionale, a un risarcimento di 3200 miliardi di sterline per i soli paesi del G7. Il Regolamento Sanitario Internazionale del 2005 è uno strumento giuridico entrato in vigore il 15 giugno 2007 dopo la sua adozione il 23 maggio 2005 da parte della cinquantottesima Assemblea Mondiale della Sanità. Come sintetizza il Ministero della Salute tale strumento, vincolante per gli Stati firmatari, si prefigge di “garantire la massima sicurezza contro la diffusione internazionale delle malattie, con la minima interferenza possibile sul commercio e sui movimenti internazionali, attraverso il rafforzamento della sorveglianza delle malattie infettive mirante ad identificare, ridurre o eliminare le loro fonti di infezione o fonti di contaminazione, il miglioramento dell’igiene aeroportuale e la prevenzione della disseminazione di vettori”. Tali norme, spiega la Henry Jackson Society, sono applicabili sia attraverso i meccanismi di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sia potenzialmente attraverso la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

 

Denuncia il rapporto - che ha ricostruito l’intera sequenza di silenzi e omissioni a partire da novembre - che il governo cinese sin dalle prime settimane di comparsa della malattia s’è macchiato della mancata divulgazione di dati con la prova della trasmissione del virus da uomo a uomo, violando in questo modo gli articoli 6 e 7 del Regolamento Sanitario Internazionale, mentre lo stesso ha fornito all’Organizzazione Mondiale della Sanità informazioni errate sul numero di infezioni tra il 2 e l’11 gennaio 2020, sempre in violazione degli articoli 6 e 7 del suddetto regolamento.

 

Gli articoli 6 e 7 fanno parte della sezione su informazioni e risposta sanitaria. Recita l’art. 6, articolo in materia di notifica: “Ogni Stato Parte deve valutare gli eventi verificatisi all’interno del suo territorio utilizzando lo strumento decisionale di cui all’allegato 2. Ogni Stato Parte deve notificare all’OMS - utilizzando i più efficienti mezzi di comunicazione disponibili, tramite il Centro nazionale per il RSI, ed entro 24 ore dalla valutazione delle informazioni relative alla sanità pubblica - tutti gli eventi che possano costituire all’interno del proprio territorio un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, in accordo con lo strumento decisionale, nonché qualsiasi misura sanitaria adottata in risposta a tali eventi. In caso la notifica ricevuta dall’OMS implichi la competenza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), l’OMS deve notificarlo immediatamente all’IAEA. In seguito ad una notifica, uno Stato Parte deve continuare a comunicare prontamente all’OMS le informazioni sulla sanità pubblica disponibili e relative all’evento notificato in modo sufficientemente preciso e dettagliato, includendo, se possibile, le definizioni di caso, i risultati di laboratorio, la fonte e il tipo di rischio, il numero dei casi e dei decessi, le condizioni che incidono sulla diffusione della malattia e le misure sanitarie adottate; inoltre deve comunicare, se richiesto, le difficoltà incontrate e il sostegno necessario per rispondere alla potenziale emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”.

 

L’art. 7 riguarda, invece, la condivisione delle informazioni durante eventi insoliti e inattesi relativi alla sanità pubblica: “Nel caso in cui uno Stato Parte disponga di prove che confermino un evento riguardante la sanità pubblica insolito ed inatteso all’interno del suo territorio, indipendentemente dall’origine o dalla fonte, che possa costituire un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, dovrà fornire all’OMS tutte le informazioni relative alla sanità pubblica. In tale caso troveranno piena applicazione le disposizioni di cui all’articolo 6”.

 

Altre sono le accuse contro Pechino. Il governo cinese, così il rapporto, non è riuscito a vietare vettori evitabili di infezione virale zoonotica letale, promuovendo piuttosto attivamente la massiccia proliferazione di pericolose specie virali ospiti per il consumo umano in violazione dell’art. 12 dello International Covenant on Economic, Social, and Cultural Rights, il patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Ha, quindi, consentito a 5 milioni di persone - equivalenti all’incirca all’area metropolitana di San Francisco, della Grande Boston e cinque volte le dimensioni di una città della grandezza di Birmingham - di lasciare Wuhan prima d’imporre il blocco del 23 gennaio, nonostante sapesse del pericolo di trasmissione del virus da uomo a uomo. I documenti di consulenti scientifici del Regno Unito sulle minacce virali ed emergenti, continua il rapporto, registrano come la mancanza di informazioni abbia ritardato la risposta al virus, incluso il mancato screening dei viaggi, mentre uno studio dell’Università di Southampton ha scoperto che se tre settimane prima fossero state introdotte severe misure di quarantena, la diffusione del virus si sarebbe ridotta di circa il 95%.

 

Riconoscendo le difficoltà nel garantire giustizia su scala internazionale, il rapporto suggerisce dieci diverse possibili vie legali per azioni contro la Cina attraverso sedi giurisdizionali nazionali e internazionali come, ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Permanente di Arbitrato, la Corte di Honk Kong o l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Altri strumenti individuati sono la risoluzione delle controversie attraverso i Trattati Bilaterali di Investimento e azioni presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 







Fonti citate

 

  • Coronavirus compensation? Assessing China’s potential culpability and venues of legal response: rapporto