Le partigiane dimenticate

Contrariamente alla vulgata storiografica diffusa, molte famiglie delle élite borghesi di mentalità liberale, collegate tra di loro mediante reti profondamente radicate nella società, hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza italiana contro l'invasione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana. In tali reti le donne esercitavano una forte influenza, svolgendo spesso importanti funzioni manageriali nella guerra di liberazione, come nel caso dell'Organizzazione Franchi guidata da Edgardo Sogno. Negli anni del dopoguerra, tuttavia, il dominio dei partiti politici di massa e le divisioni interne del Partito liberale limitarono molti dei loro nomi e storie all'ombra [nell’ombra?]. Ovviamente le donne di una certa classe sociale, già prima del 1943, rivestivano un ruolo fondamentale intorno al quale ruotava la vita politica di allora. Infatti, all’indomani dell’omicidio Matteotti cominciò a serpeggiare nella società un peculiare sentimento di opposizione antifascista che, dopo l’armistizio di Cassibile, avrebbe rotto ogni argine dilagando in quella che sarebbe stata la lotta di liberazione nazionale. Antesignano di questa esplosione fu sicuramente il salotto di Lavinia Taverna1 a Roma. Negli anni della dittatura, infatti, erano stati i salotti di molte grandi famiglie a formare quella che sarebbe diventata l’opposizione antifascista delle nuove generazioni e di conseguenza a organizzare, oltre ai nuclei che avrebbero partecipato attivamente alla Resistenza, anche le strutture di supporto in ambito “civile”. In questi salotti non di rado erano state le donne a giocare un ruolo da protagoniste. Proprio Lavinia Taverna mise in piedi, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, una rete ramificata tra Roma, Torino e Milano che poi sua figlia Costanza e sua nipote Cristina2 seppero far funzionare nel periodo clandestino con l’aiuto dell’altro altro nipote Rinaldo Casana, membro della Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno3. L’esempio della Taverna sarebbe stato, poi, seguito da altre figure femminili che avrebbero dominato non solo nel Ventennio ma anche negli anni successivi. Oltre a quella di palazzo Taverna, infatti, va citata la rete salottiera della marchesa Emilia Guerrieri Gonzaga, moglie del capitano Pierluigi Guerrieri Gonzaga, che a Milano nascose in casa, fino al suo arresto da parte della banda del maggiore Carità, la moglie e le figlie di Mario Argenton. Vanno poi ricordate le reti della contessa Ubertalli – nata Ferrero de Gubernatis Ventimiglia – a Torino, e quella di Virginia Minoletti Quarello a Genova. Quest’ultima gentildonna, oltre a tenere i collegamenti a Milano, a Genova e in Riviera, riuniva donne di varie tendenze antifasciste. Proprio il suo diario durante il periodo di permanenza a Genova (1943 -1944) ha contribuito ad alimentare nuovi studi sulla famosa funzione organizzativa e di quelle donne di cui riferivamo in apertura.4


3 novembre 1944

Alle 17 Niagi [Virginia Minoletti Quarello] riceve il Comitato donne […] Si riaccende la discussione sui Gruppi di Difesa della Donna, sul loro colore politico, sulla necessità di creare il famoso Comitato di Coordinamento Antifascista. Niagi [Virginia Minoletti Quarello] comunica che la prossima settimana se ne andrà a Milano ed espone brevemente l’attività svolta dall’8 settembre ad oggi.

• Propaganda, diffusione di manifesti e di giornali, ecc.

• Compilazione di lettere e recapito delle medesime.

• Assistenza a famiglie di vittime politiche (Salmoiraghi, Biondi, Parodi ecc.).

• Amministrazione del Prestito con un giro di più di due milioni di capitale e corrispettivi buoni.

• Preparazione di bracciali per i singoli partiti.

• Istituzione di dieci posti di Pronto soccorso (barelle, medicinali, bracciali di Croce Rossa ecc.) su incarico del CLN.

• Compilazione di un grandioso schedario di tutti gli iscritti al PFR, delle spie al servizio dei fascisti e dei tedeschi.

• Contatti con elementi di vari partiti per informazioni, trasmissione di messaggi, relazioni, ecc.

• Raccolta di medicinali, indumenti per i partigiani.

Grande stupore da parte delle comuniste che una sola persona e gratuitamente! abbia fatto tutto questo. (Anche io credo di aver servito anche troppo a questa «causa» più mi pare vuota di contenuto spirituale e «satura» di ambizioni egoistiche e di esibizionismi vanitosi!) Due volte contatti con le SS. Spaventi di ogni tipo e di ogni nome. Miseria alla porta! Basta!


Con questo moto di stizza, Virginia Minoletti Quarello5, mise fine alla sua attività clandestina a Genova, mirante a portare a compimento l’unione politica di tutte le donne del CLN6 nel Comitato di Coordinamento Femminile Antifascista7.

Il periodo della lotta clandestina a Genova8 ma, soprattutto, l’impegno delle donne - della Minoletti in primis- viene molto bene documentato proprio nelle pagine del diario di quest’ultima: Interno 10. Pagine di cospirazione genovese9, mettendo in evidenza proprio il reale funzionamento della rete partigiana liberale che, sbocciata nei salotti bene dell’antifascismo, ora, pienamente operativa ed inquadrata, forniva una fondamentale assistenza civile al suo braccio armato, l’Organizzazione Franchi, che inizialmente fu limitata al Piemonte settentrionale. Poi l’organizzazione estese la sua rete a tutto il Piemonte e alla Liguria, infine alla Lombardia, al Nord Emilia ed al Veneto. I componenti della formazione – conformemente al principio sostenuto dal Partito liberale che le bande non dovessero avere carattere politico né essere una stretta emanazione del partito, ma costituire una raccolta di volontari della libertà, accomunati dall’ideale di combattere per la Patria – professavano diverse ideologie, ma in maggioranza i giovani della Franchi furono comunque liberali.

Se per far funzionare la “rete salottiera” era necessaria e preponderante la presenza delle donne, ancora più importante fu il ruolo che queste assunsero man mano che si entrò nel vivo della lotta armata.

A questa regola non fece eccezione neanche l’Organizzazione Franchi. Mentre in seno al CLN ligure Martino10, il delegato del PLI presso l’assemblea, e la Minoletti erano impegnati a combattere la battaglia per far trionfare il Comitato di Coordinamento Femminile Antifascista e non vederlo piegarsi ai Gruppi di Difesa della Donna, le altre donne della rete non rimasero certo a guardare11, continuando a portare avanti le loro occupazioni. Membri femminili dell’Organizzazione, ogni giorno nelle varie cellule di appartenenza, sfidavano l’ordine prestabilito, svolgendo, oltre alle normali funzioni di staffette e di segretarie, anche ruoli molto importanti come la ricerca di alloggi, la collaborazione con la sezione documenti falsi, la circolazione di informazioni, la gestione dell’ufficio assistenza ai prigionieri, nonché il delicatissimo compito di custodire presso le proprie abitazioni i fondi dell’Organizzazione, o di ospitare i ricercati. Come si diceva poc’anzi, l’opposizione civile portata avanti, in primo luogo, dalle “associate” fu altrettanto risolutiva dell’azione maschile in operazioni strategiche e delicate.

L’unico esempio ad oggi trovato di partigiana liberale equiparata al grado di combattente nelle formazioni di montagna, croce al merito di guerra, è il partigiano Antonio12, ovvero la liberale Maria Giulia Cardini. Questa ribelle, nata a Orta Novarese nel 1921, fin da bambina portava in sé i tratti caratteristici dell’anticonformismo e della ribellione. Era cresciuta in un ambiente in cui il regime non era mai stato accettato: il padre Romolo, fermamente liberale, si era sempre rifiutato di prendere la tessera fascista. La stessa Maria Giulia così lo ricordava, confermando ancora una volta l’assunto dell’importanza dell’ambiente familiare: «Siamo cresciuti in un’atmosfera liberale in famiglia e quindi automaticamente questi valori ci hanno portato ad essere antifascisti».

Se il quadro era questo, come mai fino ad oggi si è trovata così scarsa traccia di queste donne e del loro apporto alla lotta di liberazione nazionale?

Tra le cause della limitata presenza delle liberali nella prosopografia e nella storiografia sulla Resistenza tre sono le più importanti. «Esclusione» ci sembra in ultima analisi il termine più appropriato nella valutazione dell’apporto alla Resistenza, per troppo tempo taciuto, delle donne appartenenti al Partito liberale, si può però dire che per loro è valsa in primo luogo l’autoesclusione, determinata dal pudore di parlare di quegli avvenimenti, che si consolidò, all’indomani del 25 aprile, tra le principali protagoniste di questa storia. Non a caso dell’attività della famiglia Casana durante la Resistenza non si sarebbe mai parlato in seguito, se non con sporadici accenni in qualche volume, fino alla pubblicazione delle Memorie di Cristina Casana.

All’autoesclusione dalla lotta partigiana, nonostante la comunione ideale di intenti, si è aggiunta spesso poi l’idea preconcetta dell’incompatibilità delle donne liberali con la causa comune delle donne resistenti, che le ha relegate nel ruolo de «le altre», sia a causa dell’appartenenza sociale che dell’appartenenza politica. Insomma, la partecipazione delle donne liberali alla guerra di liberazione è stata trascurata in primo luogo perché appartenenti al ceto borghese, in secondo luogo perché non seguivano pedissequamente fedeltà ideologiche, tanto meno quelle socialiste e comuniste, allora dotate di un fascino più insistente dopo la fine della dittatura. Questa trascuratezza però è imputabile non solo alla pubblicistica ideologica avversa ma anche alla letteratura scientifica che ne è stata variamente condizionata.

Un’ulteriore causa va ricercata, infine, nella storia e nella memoria dello stesso Partito liberale, che non ha mai riconosciuto pienamente il contributo determinante di molte figure femminili. Tanto più oggi appare importante ricostruire approfonditamente, dal punto di vista storiografico, le vicende di queste donne, che a partire dalle loro differenti origini e vicende svolsero – e ciò appare evidente alla luce dei documenti emersi qui citati – una funzione decisamente rilevante nella lotta resistenziale.

In questo quadro la ricerca archivistica, accanto a quella prosopografica, ha contribuito a dettagliare quello che potremmo definire un «arcipelago» resistenziale liberale al femminile. Infatti, il tema in oggetto è stato finora trattato dalla storiografia in modo generico e frammentato, dando più spazio e considerazione alla trattazione generale e alla memorialistica maschile del côté liberale, che ha completamente lasciato da parte la partecipazione femminile alla lotta di liberazione nazionale. Proprio la vicenda della Resistenza genovese – della quale la Minoletti è testimone - ci conduce a formulare un’ulteriore ipotesi sull’oblio storiografico, e culturale, del contributo delle donne liberali alla lotta partigiana. Crediamo infatti che molto abbia influito in tal senso, come si diceva in apertura, la frattura ideologica che all’indomani della vittoria gravò sul fronte resistenziale, la quale giocò a favore della «perdita di memoria» di molti dei protagonisti, uomini inclusi. Il dissidio tra i Minoletti e Martino, dovuto alle “ambizioni egoistiche e di esibizionismi vanitosi”, descritto nel Diario di Virginia ne è la piena rappresentazione13.

Un ulteriore elemento di divisione, e di disaffezione da parte di alcune delle partigiane liberali alla politica in epoca postbellica, fu il problema istituzionale. Ad esso, come è noto, fu dedicata l’assise liberale del 1946. Al Congresso vennero infatti presentate tre mozioni: la prima rimetteva al popolo, tramite referendum, la scelta del nuovo ordinamento, ed era firmata tra gli altri da Cassandro, Croce e Cattani. La seconda mozione, di orientamento monarchico, era firmata da Sogno, Jacini e Lupinacci. Infine, una terza di chiaro orientamento repubblicano fu presentata da Brosio, Carnacini e altri. Messi ai voti i rispettivi documenti, il Congresso registrò la prevalenza della mozione monarchica. Questo fatto provocò forti reazioni negative tra i dirigenti del partito di inclinazione repubblicana, tra cui molti reduci dalla Resistenza, i quali vedevano in questo comportamento una sottovalutazione della loro attività antifascista svolta in piena comunione con gli altri partiti.

Va considerato, insomma, anche il fatto che le donne liberali che avevano partecipato alla Resistenza vennero, nel dopoguerra, a rappresentare «l’anello debole» nella dialettica interna del partito, profondamente diviso su temi come la scelta tra Monarchia e Repubblica e lo stesso rapporto tra antifascismo e democrazia. La frattura tra la sinistra che guardava agli azionisti e all’unità antifascista e la destra prevalentemente anticomunista e monarchica che pensava a un’alleanza con l’Uomo Qualunque – frattura che Benedetto Croce come presidente cercava faticosamente di ricomporre indicando il centro e la funzione «prepolitica» del liberalismo come baricentro per la sua forza politica – sfociò in scissioni dall’una e dall’altra parte, oltre che in vari cambi di linea della dirigenza, fino all’assestamento del partito nella coalizione centrista degasperiana. E, tra le altre conseguenze, vi fu il fatto che la memoria della partecipazione dei militanti liberali alla Resistenza divenne per molti versi imbarazzante, troppo divisiva, e venne quindi raccontata poco, male, in maniera rapsodica, se non spesso addirittura abbandonata da molti protagonisti (i Minoletti tra questi) a causa della loro delusione per l’esperienza politica successiva.

Paradossalmente, quindi, le donne liberali, che avevano offerto alla lotta partigiana uno tra i contributi più rilevanti tra le varie famiglie politiche italiane, finirono con l’alimentare esse stesse, con il loro silenzio o il loro understatement – e con loro i loro uomini e colleghi di partito – la narrazione ostile di altra radice partitica e ideologica, che additava non solo i liberali come marginali o assenti in quella lotta, ma le loro donne come aristocratiche signore snob, lontane e indifferenti rispetto all’impegno della lotta resistenziale e all’affermazione della democrazia.

Nei complessi anni del dopoguerra il partito, poi, nelle sue divisioni e incertezze, cominciò a dimenticare i protagonisti della Resistenza, a lasciar andare molti tra i suoi figli che quella fase avevano vissuto in prima persona, e avrebbero dovuto «traghettarla» nell’identità liberale nell’epoca della rinnovata democrazia. Cosa che al contrario seppero fare i grandi partiti di massa, i quali si apprestavano a prendere quasi tutta per sé la scena politica. E tra quei “figli dispersi della rivoluzione” vi erano anche le sue figlie, destinate a vivere un lungo oblio.

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1Donna Lavinia Boncompagni Ludovisi dei principi di Piombino nacque a Roma il 22 gennaio 1854. Dama d’onore devozione S.M.O.M., dama di palazzo della regina Margherita. Sposò Rinaldo Taverna. Morì a Roma il primo dicembre 1938.

2Cristina Casana nacque a Torno nel 1914. Fino al 1940 la sua vita politica è pressoché dormiente, legata al fratello Rinaldo. Dopo l’8 settembre l’intera famiglia viene coinvolta nella Resistenza e la loro villa di Novedrate diviene rifugio per i molti partigiani dei vari partiti.

3A questo proposito si veda, R. Pace, Una vita tranquilla. La Resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018.

4Cfr. R. Pace. Partigiane liberali. Organizzazione, cultura, guerra e azione civile, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.

5La nostra protagonista nacque a Torino il 14 luglio 1907. Iniziò la sua attività cospirativa all’indomani dell’8 settembre 1943, collaborando quotidianamente con il Comitato di liberazione nazionale ligure in ogni forma della sua attività, ospitandolo anche nella propria casa di Nervi. Fondatrice del Comitato di Coordinamento femminile antifascista di Genova, amministrò il prestito clandestino della liberazione del CLN ligure. Conservò depositi di materiale clandestino e ne compì continuamente trasporti. Organizzò i posti di pronto soccorso per le bande partigiane della zona della Grande Genova da Sestri Ponente a Nervi. Collaborò inoltre, sempre per il CLN ligure, con l’ufficio militare e politico di informazioni. Nel novembre del 1944, ricercata dalla polizia, dovette insieme al marito, Bruno Minoletti, trasferirsi a Milano. Collaborò a giornali clandestini e all’organizzazione del Congresso liberale clandestino dell’Alta Italia. Durante gli ultimi mesi prima della liberazione la base resistenziale, una volta scoperte le basi di Nervi a Genova e dei Casana a Novedrate, si trasferì insieme ai suoi “frequentatori” a Milano. Uno dei nascondigli più sicuri fu proprio il nuovo covo della cospirazione: l’appartamento milanese di via Privata Siracusa di Bruno e Virginia Minoletti. Si veda a questo proposito, V. Minoletti Quarello, Via Privata Siracusa (1946), Due Torri, Genova 2015.

6Infatti, esattamente un anno prima nel novembre del 1943, a Milano, alcune donne appartenenti ai partiti del CLN, tra le quali Ada Gobetti ed Elena Dreher azioniste, Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi e Rina Piccolato comuniste, Laura Conti e Lina Merlin socialiste, di loro iniziativa avevano posto le basi per un’organizzazione femminile che si rivolgesse a tutte le donne, e che soprattutto facesse appello alle loro qualità. Questa decisione si era concretizzata con la nascita dei Gruppi di Difesa della Donna.

7Il Diario al quale si fa riferimento e stato pubblicato in appendice al volume di R. Pace, Partigiane liberali, cit. pp. 149 e ss.

8Dove a partire dal 9 settembre 1943 un gruppo di ex ufficiali, in collegamento con il Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria, fondò un primo Comitato Militare con l’intenzione di studiare la possibilità di organizzare la guerriglia sui monti e in città e di ergersi a organo del CLN regionale. Ancora una volta l’analisi archivistica, soprattutto quella relativa alla struttura dei vari Comandi Militari operativi dopo l’armistizio, nella zona tra Piemonte, Lombardia e Liguria, ci restituisce un racconto molto lontano da quello che fino a oggi si conosceva.

9Per una visione approfondita si rimanda alla lettura del volume di R. Pace, Partigiane liberali, cit.

10Errico Martino insieme a Bruno Minoletti venne incaricato della ricostruzione del Partito liberale a Genova.

11Ricordiamo tra le altre le testimonianze di Angela Ozzola, Lelia Ricci e Mirella Imperiali.

12Allo stato attuale di questo studio, come precisavamo prima, Maria Giulia Cardini risulta essere, per quanto riguarda le donne appartenenti al Partito liberale, la sola donna, a essere capo cellula di una missione alleata così importante come la Chrysler e l’unica ad aver vissuto in montagna con una banda di uomini. Emblematica è la scelta in questa seconda fase di un nome maschile, spiegabile alla luce delle carte esaminate e, come si vedrà, dal fatto che gli uomini mal volentieri prendevano consigli e suggerimenti da qualcuno inadatto a quel ruolo, figurarsi poi da una donna.

13R. Pace, Partigiane liberali, cit. pp. 147 e ss.