Sulle tracce del Prete Gianni, il leggendario Sovrano africano

di Stefania Elena Carnemolla

Attorno alla metà del XII secolo si diffuse in Europa una leggenda secondo cui in Asia vivesse un uomo assai potente, il Prete Gianni, rex et sacerdos nestoriano, simbolo della devozione al Santo Sepolcro, della difesa della cristianità dai nemici della Croce, nonché guida temporale e spirituale di un territorio sterminato abbracciante le tre Indie e il deserto di Babilonia fino alla torre di Babele1

Io, prete Gianni, sono il signore dei signori e supero i re dell’universa terra per tutte le ricchezze esistenti sotto il cielo, per valore e potenza. Ho settantadue re come miei tributari. Sono un devoto cristiano e difendo e sostento con le mie elemosine, dappertutto, i poveri cristiani governati dal mio clemente impero. È nei miei voti di visitare con un grandissimo esercito il sepolcro del Signore, poiché è degno della nostra maestà umiliare e debellare i nemici della croce di Cristo e innalzare il suo nome benedetto. Il nostro splendore domina le tre Indie e il nostro territorio passa attraverso il deserto oltre l’India esterna, dove riposa il corpo dell’apostolo san Tommaso, e si estende a oriente, per poi tornare, scendendo verso il deserto di Babilonia, nei pressi della torre di Babele. Settantadue province sono a noi soggette, poche cristiane, e ognuna con un suo re, tutti nostri tributari2

IMMAGINE 1jpg

Il Prete Gianni in un atlante portoghese del XVI secolo

Questo recita la Epistola Presbyteri Johannis, pochi fogli vergati in latino, di cui si conoscono copie in ebraico, greco e slavone, diffusa in Occidente intorno al 1165 e indirizzata a Manuele Comneno, Imperatore di Bisanzio, al Pontefice Alessandro III e a Federico Barbarossa, nonché con ogni probabilità, ad altri sovrani europei. Benché l’estensore della missiva dichiari di essere il Prete Gianni, da tempo gli studiosi ne considerano fittizio il testo, da qui l’attribuzione ora a Cristiano, vescovo di Magonza3, ora a un chierico occidentale capace, da profondo conoscitore della caleidoscopica letteratura sull’Oriente, di mescolare sapientemente le sue fonti4. Le caratteristiche medievali del Prete Gianni vi sono riassunte in base alla sua professione della religione cristiana, al suo volersi istruire nella dottrina della Chiesa di Roma5, in base, quindi, alle sue immense ricchezze, alla sua inimicizia per i musulmani, al suo vivere agli estremi confini del mondo, quasi ai margini del Paradiso terrestre6. Tutti presupposti, questi, che hanno di volta in volta indotto a considerare la lettera come “espressione di un impegno preminentemente morale o come programma di una grande utopia politica, o come momento della campagna anti-bizantina, o come intervento polemico nelle secolari lotte fra Impero e Papato, o come realizzazione del sogno che ci fosse in Asia un regno cristiano in grado di soccorrere i crociati”7. Davanti alla consapevolezza della minaccia musulmana e al fallimento delle Crociate, la missiva veniva pertanto “ad assumere, al di là del suo contenuto fiabesco, un significato politico-escatologico che la collocava nel clima di generale speranza di un totale rinnovamento del mondo”8, quasi a voler “spezzare una lancia a favore dell’Europa cristiana”9, cui veniva ora indicata “la via della riscossa militare e della pace politica”10, inducendo gli “uomini d’arme e i missionari”11 ad andare alla ricerca del regno del favoloso monarca sì da rinvenire “negli spazi orientali”12 quello “occupato dai giusti, potenti e ricchi cristiani”13.

 

IMMAGINE 2jpg

Il Prete Gianni in un portolano spagnolo del XVI secolo

Per assicurarsi l’alleanza del Prete Gianni, sottrarlo alla sua eresia, poter ammirare le decantate ricchezze delle sue terre, inviati di sovrani e pontefici lo avevano dapprima cercato in Asia, fuorviati dalla tradizione che ne faceva una maestà indiana, quindi, dal XIV secolo, in Etiopia. È, infatti, di questo periodo l’ambiguità, protrattasi in quello successivo, di quelle notizie che volevano il Prete Gianni tanto in Africa quanto in India, ora nell’una ora nell’altra regione, essendo India ed Etiopia equivalenti sul piano della referenza, il che spiega come mai presso gli occidentali il re d’Etiopia assumesse anche il titolo di re dell’India14.  

Nel XIII secolo erano comunque già state attribuite al Re africano molte delle caratteristiche che la leggenda avrebbe proiettato sulla figura del potente Re sacerdote. Come nei Mirabilia di Jordanus Catalani di Sévérac o nella carta di Angelino Dalorto del 1339 dove accanto ad un “Prest Jane christianus niger” viene ricordato un Senapo Imperatore d’Etiopia “qui habet LXXII reges sub se”. Dopo Dalorto molti cartografi medievali faranno campeggiare il Prete Gianni seduto su un trono nel bel mezzo della Abassia. Come nel mappamondo di Fra Mauro Camaldolese: “Questo re de Abassia dito presto Janne” si legge accanto al lago Zuua “ha soto el suo dominio molti regni et e extimada la sua potentia grandissima per numero de populi i qual sono quasi infiniti”15. E ancora, presso l’origine del fiume Xebe sopra Sachalet, nell’Etiopia occidentale: “presto Janne ha piu de 120 regni soto el suo dominio di qual piu de 60 sono de diferente lengue, e de tuto questo numero zoe 120 se dice che 72 sono Potenti Signori. El resto non e da far conto”16.

IMMAGINE 3jpg

Il Mappamondo di Fra Mauro Camaldolese (1460)


Nel XV secolo il Re D. João II di Portogallo ordinò alcune missioni in Africa orientale certo di trovarvi il regno del Prete Gianni, questo dopo che al ritorno dal suo viaggio nel regno del Benin João Afonso de Aveiro s’era presentato a corte con un ambasciatore di un regolo suddito di un Re moro di nome Ogané e i cosmografi lo avevano convinto a proseguire la navigazione lungo la costa orientale africana, da dove raggiungere il Prassum Promontorium e da lì immettersi nello Arabicus Sinus. Quale conquista sarebbe stata per lui, sovrano cattolico, potersi ricongiungere alle comunità cristiane affacciantesi sulle sponde del Mar Arabico! Nel 1485, mentre Vasco Fernandes de Lucena annunciava alla corte papale le mosse della corona portoghese e Diogo Cão percorreva per la seconda volta la costa africana alla ricerca del passaggio di Sud Est, frate António da Lisbona e Pedro de Montarroio, entrambi emissari di D. João II, tentavano di raggiungere l’Etiopia del Prete Gianni dalla Palestina, certi d’incontrarvi i suoi sudditi diretti in pellegrinaggio a Gerusalemme. Vana speranza, visto che i due non ebbero la ventura d’incontrare nessun seguace del prete abissino, né alcuno disposto a far loro da guida o da interprete. Fallita la missione, fecero ritorno a Lisbona, dove D. João II, desideroso di muoversi lungo due diverse direttive, l’Etiopia del Prete Gianni e l’India delle spezie, consegnò ad Afonso de Paiva delle lettere per il Prete Gianni, chiedendo a Pêro da Covilhã d’indagare sui sistemi di navigazione dell’Oceano Indiano e sui commerci che legavano il Vicino Oriente e la costa dell’Africa Orientale all’India:

Desiderando il re don Giovanni che le sue caravelle trovassero le speziarie a qualche modo, aveva deliberato mandar per via di terra persone che scoprissero quello che si poteva fare, ed era stato eletto a questa impresa Alfonso di Paiva, abitante in Castel Bianco, omo molto pratico e che sapeva parlar bene arabo. E come fu giunto, il re Giovanni lo chiamò e secretamente gli disse che, conosciuto sempre leale e fidel servitore e affezionato al ben di sua Maestà, sapendo la lingua araba, avea pensato di mandarlo con un altro compagno a discoprire e sapere dove era il Prete Ianni, e se egli confinava sopra il mare, e dove nasceva il pepe e la cannella e altre sorti di spieziarie che erano portate nella città di Venezia delle terre de’ Mori, conciosiaché, avendovi mandato per questo effetto uno di casa di Monterio e un frate di Antonio da Lisbona […] non sapendo la lingua araba; e per tanto, sapendola egli molto bene, lo pregava a pigliare questa impresa, di fargli così singular servigio.17

Afonso de Paiva e Pêro da Covilhã partirono da Santarém il 7 Maggio 1487 muniti delle più larghe commenditizie del loro Sovrano, quindi di una carta da navigare copiata in tutta segretezza da un mappamondo, con ogni probabilità quello di Fra’ Mauro Camaldolese18, nella dimora di Pêro Fernandes de Alcaçova, segretario privato di D. João II: 

E così del 1487, alli VII di maggio, furono spacciati tutti e due in Santo Arren, essendovi presente sempre il re don Emanuel, che allora era duca, e gli diedero una carta da navigare copiata da un mapamondo, al far della quale v’intervennero il licenziato Calzadiglia, che è vescovo di Viseo, e il dottore maestro Rodrico, abitante alle Pietre Nere, e il dottore maestro Moyse, che a quel tempo era giudeo: e fu fatta tutta questa opera molto secretamente in casa di Pietro di Alcazova, e tutti i sopradetti dimostrarono lor meglio che seppero come se avessero a governare per andare a trovar li paesi donde venivano le spezierie, e di passare anco un di loro nell’Etiopia a vedere il paese del Prete Ianni, e se nei suoi mari fusse notizia alcuna che si possa passare ne’ mari di ponente, perché li detti dottori dicevano averne trovata non so che memoria.19

Dopo essersi imbarcati a Valencia, i due salparono per Napoli. Da qui raggiunsero l’isola di Rodi, dove, da alcuni portoghesi membri dell’Ordine di Malta, ricevettero ragguagli sui paesi musulmani antistanti. Da Rodi, fingendosi mercanti, quindi raggiunsero l’Egitto, toccando Alessandria e Il Cairo e unendosi, grazie a Covilhã che ben conosceva l’arabo, a una carovana di mori di Fez e Tresimene diretta a Toro, nell’Arabia Petrea, dove ricevettero preziose informazioni sui commerci di Calicut, per poi separarsi a Aden, da dove Afonso de Paiva passò in Etiopia e Pêro da Covilhã in India, ispezionandovi i mercati di spezie della costa malabariana, quindi a Ormuz e Sofala, confine meridionale delle attività commerciali dei mercanti arabi lungo la costa africana.  

Nel 1491, al Cairo, Pêro da Covilhã apprese da due mercanti ebrei messaggeri di D. João II della morte di Afonso de Paiva. Ripresa, su ordine del Re, la sua missione, raggiunse Ormuz insieme ad uno di loro, affidando all’altro delle lettere per il Sovrano: 

Se tutte quelle cose dateli in commissione erano state da loro scoperte tutte, che di quelle che avevano vedute gli mandassero particolar informazione e poi si affaticassero di sapere il resto, e sopra tutto del Prete Ianni, e di far vedere l’isola di Ormuz a Rabi Abram […] Pietro di Coviglian deliberò di avisar il re di tutto quello che egli aveva veduto lungo la costa di Calicut, delle speciarie, e di Ormuz e della costa d’Etiopia e di Cefala, e dell’isola grande, concludendo che le sue caravelle che praticavano in Guinea, navigando terra terra e dimandando la costa di detta isola e di Cefala, potriano facilmente penetrare in questi mari orientali e venir a pigliar la costa di Calicut, perché da per tutto vi era mare, come egli aveva inteso; e che ritorneria con Rabi Abram in Ormuz, e dopo il suo ritorno anderia a trovare il Prete Ianni, il paese del quale si distendeva sopra ’l Mar Rosso. E con queste lettere espedì il Giudeo calzolaio20.

Giunto alla corte etiopica, Pêro da Covilhã vi ricevette lieta accoglienza, ma dall’Etiopia non avrebbe più fatto ritorno. Quando, nel 1520, vi giunse l’ambasciata portoghese guidata da Rodrigo de Lima, Francisco Álvares vi trovò ancora Pêro da Covilhã ora conoscitore di molte lingue e dei costumi del luogo:

E a nostro tempo, come vidde che noi volevamo partire, gli venne un estremo desiderio di ritornarsene alla patria, e andò a dimandar licenza al Prete, e noi con lui, e ne facemmo grand’istanzia e lo pregammo: e nondimeno non vi fu mai ordine. Costui è omo di grande spirito e ingegno, e della sua sorte non se ne trova un altro nella corte, e sa parlare di tutte le lingue, sì de’ cristiani come de’ mori, gentili e Abissini; e di ogni cosa che egli abbi inteso e veduto, ne sa dare così particular conto come se fussero presenti. E per questo è molto grato al Prete e a tutta la corte.21

Ma già anni prima, dopo che lo spostamento della raya alessandrina aveva consentito al Portogallo di staccarsi dalle coste africane e sfidare gli spazi oceanici22, dopo che Vasco da Gama, partito da Lisbona l’8 Luglio 1497 per andare alla ricerca di spezie e cristiani, di ricchezze e del Prete Gianni, aveva toccato l’indiana Calicut, il Portogallo sentiva d’aver chiuso il cerchio che la mano dell’Infante D. Henriques, aveva preso a tracciare all’alba del XV secolo, desideroso com’era di conoscere le terre oltre il Cabo Bojador, stabilire relazioni commerciali nei territori d’oltremare, andare, mai dismesse le vesti del cavaliere medievale, in cerca di alleati, in nome di quella guerra santa condizione irrinunciabile per la divulgazione della fede cristiana e la conversione degli Infedeli23.

IMMAGINE 4jpg

L’Impero Abissino o del Prete Gianni secondo il cartografo Abramo Ortelio (XVI secolo)


L’antico spirito che aveva mosso gli occidentali ad andare alla ricerca del monarca favoloso, simbolo di splendore, cristiana devozione, potenza, non avrebbe mancato di pervadere certa letteratura. Come non ricordare l’ariostesco Astolfo raggiungere in groppa all’ippogrifo in un volo dal sapore fiabesco la terra del Senapo, il Presto o Preteianni del Medioevo volgare?


Senapo imperator de la Etïopia,

ch’in loco tien di scettro in man la croce,

di gente, di cittadi e d’oro ha copia

quindi fin là dove il mar Rosso ha foce;

e serva quasi nostra fede propia,

che può salvarlo da l’esilio atroce.

Gli è, s’io non piglio errore, in questo loco

ove al battesmo loro usano il fuoco.

 

Dismontò il duca Astolfo alla gran corte

dentro di Nubia, e visitò il Senapo.

Il castello è più ricco assai che forte,

ove dimora d’Etïopia il capo.

Le catene dei ponti e de le porte,

gangheri e chiavistei da piedi a capo,

e finalmente tutto quel lavoro

che noi di ferro usiamo, ivi usan d’oro.

 

Ancor che del finissimo metallo

vi sia tale abondanza, è pur in pregio.

Colonnate di limpido cristallo

sono le gran loggie del palazzo regio.

Fan rosso, bianco, verde, azzurro e giallo

sotto i bei palchi un relucente fregio,

divisi tra proporzionati spazii,

rubin, smeraldi, zafiri e topazii.

 

In mura, in tetti, in pavimenti sparte

eran le perle, eran le ricche gemme.

Quivi il balsamo nasce; e poca parte

n’ebbe appo questi mai Ierusalemme.

Il muschio ch’a noi vien, quindi si parte;

quindi vien l’ambra, e cerca altre maremme;

vengon le cose in somma da quel canto,

che nei paesi nostri vaglion tanto.

 

Si dice che ’l soldan, re de l’Egitto,

a quel re dà tributo e sta suggetto,

perch’è in poter di lui dal camin dritto

levare il Nilo, e dargli altro ricetto,

e per questo lasciar subito afflitto

di fame il Cairo e tutto quel distretto.

Senapo detto è dai sudditi suoi;

gli diciàn Presto o Preteianni noi24

 
Note:

(1) E. Cerulli, Prete Gianni, in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1949, XXVIII, pp. 216-218; L. Olschki, Storia letteraria delle scoperte geografiche, Leo S. Olschki, Firenze, 1937, pp. 194-214; F. Zarncke, Der Priester Johannes, in “Abhandlungen der Phil. Hist. Klasse der K. Sächsischen Akademie der Wissenschaften”, VII, 1879, pp. 827-1039 e VIII, 1883, pp. 1-186.

(2) G. Zaganelli, La lettera del Prete Gianni, Pratiche Editrice, Parma, 1990, p. 54.

(3) Cerulli, Prete Gianni, p. 217.

(4) E. Menestò, Relazioni di viaggi e di ambasciatori, in Lo spazio letterarario del Medioevo, a cura di G. Cavallo, C. Leonardi, E. Menestò, Salerno Editrice, Roma, 1993, I, II, p. 595.

(5) Di ciò si trova testimonianza nella lettera di Alessandro III, la cosiddetta Iohanni illustri et magnifico Indorum regi del 27 settembre 1177, nonché in quella fattagli pervenire da Eugenio IV nel 1439.

(6) Cerulli, Prete Gianni, p. 217.

(7) Menestò, Relazioni, pp. 595-596.

(8) Menestò, Relazioni, p. 596.

(9) Zaganelli, La lettera, p. 13.

(10) Zaganelli, La lettera, p. 13.

(11) Zaganelli, La lettera, p. 13.

(12) Zaganelli, La lettera, p. 13.

(13) Zaganelli, La lettera, p. 13.

(14) Nel XV secolo taluni fattori come il persistere di una tradizione cartografica di tipo tolemaico o quella che vedeva nel corso del Nilo e non già nel Mar Rosso il confine tra Africa e Asia contribuirono a incrementare questo clima di confusione, da cui l’appartenenza dell’Etiopia, ossia della India Tertia, all’Asia vera e propria.

(15) Il mappamondo di Fra Mauro camaldolese descritto ed illustrato da D. Placido Zurla dello stess’ordine, Venezia, 1806, p. 60.

(16) Il mappamondo, p. 60.

(17) Viaggio in Etiopia di Francesco Alvarez, in G. B. Ramusio, Navigazioni e viaggi, a cura di M. Milanesi, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1979, II, p. 279.

(18) “Non solo è veriterio” scriverà, infatti, nel 1806 Giacinto Placido Zurla “ma prossimamente è certa la influenza di tal Mappamondo alla circonnavigazione dell’Africa, e passaggio all’Indie, se si osservi, che il re Giovanni nel 1487 spedì a bella posta il Covigliano, e Paiva per la via d’Oriente a trattar d’amichevole corrispondenza tra esso, ed il Re Cristiano d’Etiopia, per fortunato equivoco supposto esser il Prete Janni dell’Asia, di cui fa cenno Marco Polo, I, 1, acciò aver potesse appoggio il suo progettato commercio all’Indie Orientali coll’oltrepassar l’Africa, e in pari tempo informarsi delle coste Orientali d’essa, e dell’India. Ora in niun’altra Carta più di questa di Fra Mauro, anche per le giornaliere notizie de’ Nocchieri come a central porto comunicanti con Venezia, potea dar distinta contezza dell’Asia, e dell’Africa a seconda de’ progetti del Re Portoghese, e il risultato di tal viaggio da esso stabilito fu una conferma di quanto nel Mappamondo di Fra Mauro era già disegnato, quanto alle coste dell’India, alle loro ricchezze, ai mari, alle Isole, all’esistenza del così creduto Prete Janni in Africa, e quel che più conta, alla decisa possibilità del giro attorno l’Africa, affermata dal nostro Cosmografo, e delineata […] e riferita dal Coviliano al Re nel diario del suo viaggio, da quanto avea osservato, e raccolto da Piloti del mar Indiano. Siccome poi nuovo fervore il re quindi acquistò per verificar questo giro dell’Africa che lo stesso re volle denominar Capo di Buona Speranza, nel 1487, o 1493, indi il Gama, che sorpassò questo Capo, nel 1497, giudichi l’imparziale Lettore, se a buon senno credere non si possa aver servito di norma il Mappamondo di Fra Mauro a tutti quei viaggi diretti al grande scopo di volger all’Indie attorno all’Africa» (Il mappamondo, pp. 88-89).

(19) Viaggio, p. 280.

(20) Viaggio, pp. 281-282.

(21) Viaggio, p. 283.

(22) Il riferimento è al Trattato di Tordesillas del 7 Giugno 1494 con cui la Corona di Castiglia e quella di Portogallo avevano ottenuto di spostare da cento a trecentosettanta leghe al di là delle isole portoghesi la raya tracciata da Papa Alessandro VI con la bolla Inter caetera del 4 Maggio 1493, che aveva assegnato alla Castiglia le terre e le isole scoperte lungo la rotta occidentale e quella meridionale e, al Portogallo, quelle lungo le rotte orientali e quelle ancora al di là della raya suddetta.

(23) Scriverà il 13 Giugno 1940 Pio XII nella enciclica Saeculo exeunte octavo: “Gli atti con i quali i nostri predecessori del XII secolo, Innocenzo II, Lucio II e Alessandro III accettarono l’omaggio di obbedienza prestata da Alfonso Henriques, conte e in seguito re del Portogallo, e, promettendogli la loro protezione, dichiararono l’indipendenza di tutto il territorio che a prezzo di durissime lotte era stato valorosamente recuperato dal dominio saraceno, fu il premio altamente vagheggiato con il quale la sede di Pietro compensò il generoso popolo portoghese per le sue straordinarie benemerenze in favore della fede cattolica. Tale fede cattolica, come fu in certo qual modo la linfa vitale, che alimentò la nazione portoghese fin dalla culla, così fu, se non l’unica, certamente la principale fonte di energia, che elevò la vostra patria all’apogeo della sua gloria di nazione civile e nazione missionaria, ‘espandendo la fede e l’impero’. Lo riferisce la storia e i fatti lo attestano. Infatti, quando i figli del re Giovanni I gli chiesero di autorizzare la prima spedizione oltremare, che portò poi alla liberazione di Ceuta, il grande e pio monarca, prima di qualsiasi altra cosa, volle sapere se l’impresa sarebbe stata utile per il servizio di Dio. Come in questo caso, anche tutte le altre imprese che seguirono ebbero come scopo principale la propagazione della fede, quella stessa fede che avrebbe animato la Crociata dell’occidente e gli ordini equestri nell’epica lotta contro il dominio dei Mori. Nelle caravelle che, innalzando il bianco pennone segnato con la rossa croce di Cristo, portavano gli intrepidi scopritori portoghesi sulle rive occidentali dell’Africa e delle isole adiacenti, navigavano anche i missionari, ‘per attirare le nazioni barbariche al giogo di Cristo’, come si esprimeva il grande pioniere dell’espansione coloniale e missionaria portoghese, l’infante Enrico il Navigatore […] Come è stato possibile che voi, pur essendo pochi, abbiate fatto così tanto nella santa cristianità? Dove trovò il Portogallo la forza per accogliere sotto il suo dominio tanti territori dell’Africa e dell’Asia, e per estenderlo fino alle più lontane lande americane? Dove, se non in quella ardente fede del popolo portoghese, cantata dal suo maggiore poeta, e nella sapienza cristiana dei suoi governanti, che fecero del Portogallo un docile e prezioso strumento nelle mani della Provvidenza, per l’attuazione di opere tanto grandiose e benefiche?” (Pius PP. XII, Epist. enc. Saeculo exeunte octavo 13 iunii 1940).

(24) Orlando Furioso e cinque canti di Ludovico Ariosto, a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1997, II, pp. 1180-1182.