Una visita a Garibaldi

di Stefania Elena Carnemolla

 

Il 12 ottobre del 1875 lo yacht Violante del capitano Enrico Alberto D’Albertis giungeva, proveniente da Palermo, nelle acque di Caprera, gettando l’àncora a Porto Palma.


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Enrico Alberto D’Albertis, comandante del Violante © Archivio Stefania Elena Carnemolla

 

Erano state giornate di pioggia e forte vento con il barometro sempre a segnare maestro. Ancora piovigginava quando il Capitano sbarcò sull’isola con il naturalista Leonardo Fea. Gran collezionista e preparatore d’insetti, costui, il giorno prima, era sceso a terra, raccogliendo un ragno e alcuni coleotteri. Quel giorno il Capitano, virando di bordo in poppa, prua a Cala Salinas, aveva fatto sventolare, salutando la casa del generale Garibaldi, lo stendardo azzurro con stella bianca del suo yacht.

 

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Giuseppe Garibaldi a Caprera, sullo sfondo la sua casa, in una tela di Giacomo Mantegazza conservata al Museo del Risorgimento di Milano

 

Il Violante gli era stato costruito da Luigi Oneto, un industriale del sapone di Sampierdarena, nel genovese, che per riposare veleggiava sulla spiaggia, dove aveva aperto un piccolo cantiere di imbarcazioni da diporto.

 

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Bozzetto dello yacht Violante © Archivio Stefania Elena Carnemolla

 

L’amore del Capitano per il mare era antico. Il padre Filippo aveva studiato al Collegio Nautico di Palermo prima di dedicarsi al suo lanificio di Voltri. Un lanificio storico, nato nel Settecento a Genova per la produzione di panni e berretti alla turca da commercializzare con l’Oriente, nonché di stoffe per l’esercito sardo, equipaggi della Regia Marina e comunità religiose. Figlio di ricchi lanieri, dopo aver frequentato il Collegio dei Signori della Missione di Savona e il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, nel 1862 D’Albertis era entrato alla Regia Scuola di Marina di Genova arroccata sulle alture di Montegalletto fra le mura di un antico monastero da dove dominava il porto e la città. Quell’estate partì per il Mare del Nord e il Mar Baltico a bordo della corvetta a vela Euridice per la sua prima crociera d’istruzione, raggiungendo, l’anno dopo, l’Egitto e le Canarie. Nel 1864 venne imbarcato sulla fregata Principe Umberto per un viaggio d’istruzione in Sud America. Nel 1866, di ritorno dalla sua missione, la nave venne inviata, con ancora a bordo i giovani allievi, nel Mar Adriatico, dove partecipò alla battaglia di Lissa contro la Marina austriaca. Fra il 1867 e il 1869, ormai guardiamarina, D’Albertis venne imbarcato sulle corazzate Formidabile e Ancona, quindi sulla corvetta Clotilde. Nel 1869 lasciò la Regia Marina. Quell’anno, a Port Said, assistette, ospite del viceré d’Egitto, fra bandiere, orifiamme e stendardi con la croce di Cristo e la mezzaluna di Maometto, all’inaugurazione del Canale di Suez.

 

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La tribuna dei sovrani durante l’inaugurazione del Canale di Suez dall’opera Voyage des souverains: Inauguration du Canal de Suez di Gustave Nicole e Edouard Riou

 

Nel 1870 entrò nella Marina mercantile, navigando, come secondo ufficiale, sulla Emma D. fra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero, quindi, nel 1871, fra Inghilterra, Scozia e Irlanda. Al ritorno l’armatore Ferrero gli offrì il comando del piroscafo Emilia, della rotta di Calcutta. La nave salpò da Genova il 12 settembre del 1871, raggiungendo l’India via Suez.

 

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Il canale di Suez in un dipinto del 1864 di Alberto Rieger

 

Il 28 dicembre, dopo aver studiato commerci, usi e costumi indiani, D’Albertis lasciò Calcutta, portando con sé alcune curiosità orientali, fra cui un tigrotto del Bengala. Il delizioso esemplare venne donato al marchese Giacomo Doria, che nel 1867 aveva fondato a Genova un museo di storia naturale, dove il tigrotto visse per anni. Erano i tempi in cui i viaggiatori contribuivano al progresso delle scienze naturali, ciò di cui il marchese Doria si fece interprete, riunendo nel museo ricche collezioni e radunando intorno a sé naturalisti, viaggiatori ed esploratori. Nel 1873 D’Albertis lasciò anche la Marina mercantile. Dopo aver viaggiato per l’Europa con il fratello Domenico, preso da nostalgia per il mare si fece costruire un legno da diporto. Il 23 febbraio del 1875, nei cantieri Briasco, a Sestri Ponente, veniva varato, al motto di utile dulci, lo yacht Violante. Grazie alle tante raccolte che si sarebbero potute fare di pesci, alghe, insetti e piante, il marchese Doria invitò D’Albertis a voler utilizzare le crociere del suo yacht a vantaggio del museo. Nella gara sorta, inoltre, fra le nazioni per l’esplorazione dei fondali marini, D’Albertis, da sempre sensibile al progresso scientifico, armò il Violante di tutto il necessario per le raccolte naturali e le campagne talassografiche, imbarcando di volta in volta il marchese Doria e alcuni naturalisti, fra cui Leonardo Fea, che dal 1872 ordinava le collezioni entomologiche del museo, realizzando, altresì, disegni, xilografie e tavole litografiche per i suoi Annali.

 

La casa del Generale si trovava poco dopo un sentiero, fra rocce granitiche, lo sguardo alla Maddalena. Poco vicino v’era un giardino di aranci e alberi da frutto e magazzini tutt’intorno al piazzale. Più in là una casetta con mulino con una ruota in ferro a grandi pale, come quella dei piroscafi. Quel giorno il mozzo di bordo s’arrampicò, vestito in alta uniforme, su per il viottolo con alcune carte da visita per il Generale, fino a quando non arrivò anche il Capitano, scortato da Leonardo Fea.

 

Il Generale riposava, vestito della sua camicia rossa, su un letto di ferro. Da quando il tempo era andato peggiorando i dolori artritici erano tornati. Con la mano fece segno al Capitano e al suo giovane ospite di volersi sedere. “Credevo, Generale, dopo la cura dei bagni di Civitavecchia” gli disse il Capitano “di trovarla guarita”. E mentre parlavano di mare, viaggi e traversate, secche e carte marine, l’occhio del Capitano prese a vagabondare per la stanza, cadendo su pile e pile di libri, giornali, fascicoli, nonché su una biblioteca traboccante di opere di marina, storia e arte militare. Da una corda, che correva da una parte all’altra della stanza, pendevano confusamente camicie di lana e altri indumenti. Sopra il letto v’era, dolce ricordo, una cornice con la treccia di Anita, mentre, poco più in là, fra quello di due ufficiali garibaldini, il ritratto dell’amico e patriota Candido Augusto Vecchi.

 

Il Generale volle, quindi, sapere come mai non si fosse ancorato nel passo della Moneta, dov’era la sua casa, e il Capitano si scusò, dicendogli della piccola scala della sua carta e della poca pratica che aveva di quei luoghi. “Ritorni” gli disse allora il Generale “e tuttoché le carte dell’estuario della Maddalena e dintorni lascino molto a desiderare, come idrografia, i miei figli l’accompagneranno volentieri nelle sue escursioni e così se ne impraticherà”.

 

E quando il Capitano lo invitò a bordo per un pasto frugale, il Generale si scusò dicendo che pochi giorni prima avrebbe accettato ma che ora, non potendosi muovere, ci sarebbero voluti dieci paranchi per issarlo a bordo. E per farsi perdonare, fece portare del vino dei suoi vigneti. Il Capitano gli chiese allora se poteva mandargli un assaggio di vino di Pantelleria e come mai non facesse coltivare una più larga parte dell’isola. Non fosse stato per la manodopera non proprio a buon mercato, gli fece capire il Generale, e poi, i suoi amici, non gli lasciavano “mancar di nulla”, quindi chiese che notizie si avessero del continente e nel farlo allungò al Capitano un fascio di giornali italiani, inglesi e francesi che teneva sparsi sul letto, pregandolo di volergli consegnare la corrispondenza del Violante da mandare, con la sua, alla Maddalena e far partire con il primo postale. Il Capitano, commosso da tanta gentilezza, imbarazzato gli s’avvicinò, confessandogli come nel 1868, imbarcato come guardiamarina sulla corazzata Formidabile, avendo ricevuto l’ordine di raccattare scope d’erica per il lavaggio di bordo, era sceso a Caprera, dove crescevano più rigogliose, facendone di nascosto bottino. Il Generale rise di cuore e nella stanza fattasi confessionale perdonò il Capitano, absolvemus, gli disse, facendo il gesto della mano, e ritorni, Capitano, ché sarà sempre il benvenuto.

 

Giunto a bordo il Capitano gli fece avere il vino di Pantelleria, alcuni canditi di Genova e delle grosse triglie, ch’erano incappate nei tramagli del Violante, nonché una lettera e una fotografia dell’Eroe che staccò dall’album di bordo e che tornò indietro con tanto di autografo e un messaggio del Generale

 

Caprera, 12 ottobre ’75

 

Caro Com.te D’Albertis,

Grazie per il vino ed i confetti che proverò subito. Le invio il ritratto. Le lettere saranno mandate alla posta. Le auguro un felice viaggio e sempre suo.

G. Garibaldi

Un saluto ai compagni

 

Il 13 ottobre, nonostante il vento che soffiava gagliardo dalla sera prima, il Violante fece vela per Genova, scivolando, inosservato, dall’estuario della Maddalena, dove avvistò la nave idrografica Washington del comandante Giovan Battista Magnaghi. La navigazione verso la Liguria non fu felice funestata come fu da forti venti e onde alte fino a quando un colpo di mare non spazzò la coperta lanciando fuori bordo il marinaio Zebù, che si salvò aggrappandosi ad una cima.

 

Il 16 ottobre il Violante entrò nel porto di Genova, andandosi ad ormeggiare nella vecchia darsena. Qui il Capitano ricevette un telegramma del comandante Magnaghi che, avvertito della scomparsa dello yacht alla Maddalena, aveva chiesto ad alcune imbarcazioni di voler perlustrare l’estuario, mentre da Caprera arrivò poco dopo una lettera:

 

Mio caro D’Albertis, dalla vostra partenza da Porto Palma io fui veramente inquieto sulla sorte del Violante, poiché il mio barometro marcava tempesta e soffiarono dei venti furiosi. Vi fo i miei complimenti per il coraggioso vostro contegno in mare e desidero che il vostro esempio serva agli agiati italiani per affrontare un elemento, primo, alla prosperità Nazionale. Vi saluto di cuore e sono vostro

G. Garibaldi

 

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Lo yacht Violante nella Darsena di Genova nel 1876 © Archivio Stefania Elena Carnemolla